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16 Novembre 2023Airbnb ha ricevuto una sanzione record di 779 milioni di euro per non aver versato la cedolare secca del 21% sulle locazioni brevi. La normativa italiana impone alle piattaforme il ruolo di sostituto d’imposta, con importanti effetti per il settore.
La recente stangata fiscale da 779 milioni di euro inflitta a Airbnb segna un fatto senza precedenti nel settore delle locazioni brevi in Italia. A capo di una lunga battaglia tra la società e il fisco italiano, l’accusa riguarda il mancato rispetto della legge 50/2017, che impone alle piattaforme di agire come sostituti d’imposta, trattenendo la cedolare secca del 21% sui canoni incassati dagli host. Il provvedimento, eseguito dalla Procura di Milano a seguito di un’indagine approfondita, apre nuovi scenari fiscali delicati per il comparto degli affitti brevi, mettendo in luce il possibile rischio di ingenti conseguenze economiche per chi opera nel settore.
La legge 50/2017 ha introdotto un obbligo stringente per le piattaforme digitali che facilitano locazioni di breve durata: il ruolo di sostituto d’imposta. Ciò significa che Airbnb e simili devono trattenere e versare al fisco il 21% degli incassi raccolti per conto degli host. Una normativa che mira a contrastare l’elusione e ad aumentare la trasparenza fiscale del mercato degli affitti temporanei. Tuttavia, la posizione del colosso californiano è stata fin da subito di forte opposizione, contestando la legittimità di tale norma con ricorsi fino alla Corte di Giustizia Europea.
Il caso Airbnb si inserisce in un contesto più ampio di tensioni tra autorità fiscali italiane e giganti del web. Precedenti vicende, come quelle che hanno coinvolto Meta, con una sanzione da 870 milioni per Iva non versata, dimostrano come la lotta all’evasione fiscale online sia diventata una priorità nazionale. La procura di Milano ha adottato una linea particolarmente rigorosa, culminata nel sequestro cautelativo sugli importi relativi alle imposte non versate, una misura che evidenzia la gravità dell’inosservanza e che fa da monito per l’intero settore.
Il contenzioso con Airbnb sottolinea le difficoltà delle strutture ricettive e dei privati che offrono affitti brevi: il mancato versamento della cedolare secca da parte delle piattaforme può tradursi in una serie di rischi fiscali e di sanzioni per gli host, i quali potrebbero ritrovarsi esposti in caso di controlli. La trasparenza e l’adesione rigorosa alla normativa diventano pertanto imprescindibili per mantenere la compliance e salvaguardare la redditività delle attività collegate.
La vicenda mette a fuoco l’importanza di un controllo fiscale preventivo nelle attività di affitto breve e l’urgenza di aggiornare le strategie operative alla luce di una normativa sempre più stringente. La collaborazione tra piattaforme e host deve essere chiaramente definita, con una particolare attenzione alle responsabilità fiscali che oggi risultano inequivocabili. In questo scenario, il settore è chiamato a un confronto costante con le autorità per evitare conseguenze economiche potenzialmente gravose e garantire una crescita stabile e sostenibile.

Airbnb è stata sanzionata per non aver rispettato la legge 50/2017, che impone alle piattaforme di trattenere e versare la cedolare secca del 21% sui canoni degli affitti brevi.
La sanzione fiscale comminata ad Airbnb ammonta a 779 milioni di euro, eseguita a seguito di un’indagine della procura di Milano.
La legge 50/2017 stabilisce che le piattaforme digitali sono sostituti d’imposta e devono versare il 21% di cedolare secca sui canoni incassati per conto degli host.
Gli host possono affrontare sanzioni e rischi fiscali in caso di mancato versamento della cedolare secca da parte delle piattaforme e di controlli fiscali successivi.
Si prevede un maggiore controllo fiscale preventivo e una collaborazione più chiara tra piattaforme e host per garantire il rispetto delle normative fiscali vigenti.